Giuseppe Dal Bianco è nato a Schio nel 1957; vive e lavora a Giavenale di Schio, in Loc. Ceresara, 8 (Vicenza).
Inizia a dipingere nel 1978 frequentando lo studio dell’amico e artista Franco Genovese; da lui apprende le tecniche fondamentali della pittura e impara a conoscere e ad apprezzare l’arte contemporanea.
Poco dopo avviene l’incontro con la pittura dell’artista trentino Luigi Senesi e rimane affascinato dalle opere e dalle sue teorie sulla gradualità del colore.
Quasi contemporaneamente alle prime ricerche nel campo della pittura inizia gli studi musicali e nel 1985 si diploma in flauto traverso presso il Conservatorio di Musica “A. Pedrollo” di Vicenza, iniziando così un’intensa attività sia concertistica che espositiva.
Nel 1980 allestisce la sua prima mostra personale a Vicenza presso la libreria-galleria “due ruote” di Virgilio Scapin; ne seguiranno molte altre in diverse città italiane. Viene inoltre invitato in molte rassegne d’arte contemporanea e partecipa a ben sei edizioni della mostra collettiva presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.
Nei primi anni si dedica a ricerche fondate sulla percezione dell’immagine e sugli elementi fondamentali del linguaggio pittorico: colore, luce, superficie, spazio e il loro organizzarsi in composizioni ordinate dalla geometria.
Dopo un lungo periodo basato sul segno grafico in cui vede la luce un gran numero di opere in china su carta eseguite con una precisione ed un rigore quasi maniacale, inizia a realizzare grandi opere in acrilico su tela fondate sulla gradualità del colore.
Durante questo periodo viene invitato alla Biennale d’arte Contemporanea di Marostica, manifestazione un tempo molto prestigiosa per chi lavorava nell’ambito della ricerca visuale, dove esponevano i più grandi artisti europei legati a questa disciplina.
L’anno successivo a questa esposizione rimette tutto in discussione il suo modo di operare; si sente improvvisamente troppo vincolato in un tipo di lavoro e in un ambiente ormai storicizzato e poco aperto alle nuove tendenze.
Inizia così un nuovo periodo nel quale perde importanza il colore e prende invece maggiore importanza la materia, ottenuta con polveri metalliche e di grafite. Nel corso di questa naturale evoluzione, mantiene comunque intatto il suo impegno rivolto all’astrattismo geometrico che lo ha sempre caratterizzato fin dagli inizi.
Le figure geometriche diventano semplici nella forma ma imponenti, e si stagliano su uno sfondo neutro di solito nero. Opere come oggetti preziosi, silenziosi e seducenti, capaci di suscitare oltre al piacere puramente estetico, un senso di profondo silenzio che invita alla riflessione; *seduzione del silenzio proveniente da un luogo dove magico e sacro si incontrano (*Alessandra Menegotto).
Attualmente la sua ricerca mira a raggiungere una radicale essenzialità; non è mai rappresentazione del reale, è piuttosto una tabula rasa, dove lentamente si compongono spazi ordinati, figure semplici e monocromatiche. Ricerca che si coniuga sicuramente con quella che egli svolge come musicista. Da concertista di repertori classici, in modo sempre più deciso la sua curiosità lo porta a misurarsi con mondi musicali diversi: compositori come Arvo Part, Stephan Micus, Jon Hassell, Brian Eno, lo sostengono nel seguire nuove tracce: l’essenzialità misurata di quella musica che del silenzio sa fare presenza, sembra tradursi in linguaggio pittorico nei suoi ultimi lavori.
Nel suo lavoro c’è un ideale di spiritualità e di bellezza.
E’ un tentativo di portare ordine, una ricerca dell’assoluto, un immedesimarsi semplicemente nella purezza e nell’essenzialità delle linee, marcate solamente dalla luce che le fa diventare forma.
Hanno scritto sul suo lavoro: Virginia Baradel, Maria Campitelli, Diego Collovini, Carla Chiara Frigo, Giovanna Grossato, Salvatore Maugeri, Giuliano Menato, Alessandra Menegotto, Elio Mercuri, Manlio Onorato, Alessandra Santin, Roberto Trentin, Francesca Agostinelli, Marcel Schmid.